Centro Storico Lebowski: dilettanti gemellati col Colonia

Centro Storico Lebowski

Centro storico Lebowski – Nella testa dei poliziotti tedeschi, quella sera di inizio febbraio 2010, ronzavano diverse domande mentre perquisivano nove toscanacci fuori dall’Hofbräuhaus di Monaco di Baviera da dove erano appena stati cacciati: nella città bavarese c’erano -15 gradi e i ragazzi indossavano felpe con sopra marchiate le parole “curva Moana Pozzi”. Partiti alle 2 di notte su di un pullmino, erano a Monaco perché di lì a poco, nella vicina Augusta, si sarebbe giocato il quarto di finale di DFB-Pokal tra Augsburg e Colonia, sotto la neve a -20 gradi. Non propriamente la partita del secolo, ma i ragazzi erano gasatissimi (termine largamente riduttivo) e volevano esserci assolutamente, provocando ulteriore perplessità nelle forze dell’ordine tedesche che, no, non hanno mai avuto risposte esaustive alle loro domande. 

Non c’è al momento ancora nessun produttore abbastanza  temerario e incosciente da presentare questo script a Netflix per farci un docufilm, ma l’aneddoto è uno dei tanti che rafforza il sodalizio tra gli Ultimi Rimasti Lebowski e i Coloniacs a un passo dal festeggiare i 10 anni di legame.

I Coloniacs sono attualmente il secondo gruppo ultras più attivo e numeroso della curva sud della squadra di Colonia, compagine storicamente presente nel calcio tedesco con storiche militanze in Bundesliga, qualche discesa in Zweite Liga e pronte risalite, come l’ultima della stagione 2018/19. Mentre i ragazzi del Centro Storico Lebowski beh, sono una realtà unica sul territorio italiano dove il calcio è sospeso in una dimensione “diversa” dall’ordinario, che si chiama “centro storico” perché tutto è nato in piazza D’Azeglio, a Firenze, che è l’esempio più vivido dell’azionariato popolare in cui i tifosi sono tutto e fanno tutto per la squadra, che quest’anno gioca nel Girone C del campionato toscano di Promozione. Con in sottofondo l’immancabile faccia del “Drugo” Jeff Bridges della pellicola diretta dai fratelli Coen.

Ecco, da un lato il Müngersdorfer Stadion, noto anche come RheinEnergieStadion per motivi di sponsor, dall’altro un campetto della periferia toscana. Con i primi che ammirano l’energia e l’entusiasmo dei secondi. Sì ma come nasce questo apparentemente folle gemellaggio? Per casualità, racconta Duccio, lanciacori del Centro Storico Lebowski, tra i primi a presenziare fisso alle partite della squadra: «Tutto è nato per una felpa della Fiorentina: era il 2007 e un nostro amico si trasferisce a Colonia dopo la maturità per cercar fortuna avendo parenti in Germania. Frequenta sia la curva Fiesole dell’Artemio Franchi di Firenze che la nostra realtà. Nella metro la felpa viola gigliata non passa inosservata e viene avvicinato proprio dal lanciacori della Wilde Horde, il gruppo principale della squadra renana: iniziano così a confrontarsi, a parlare di calcio e tira in mezzo l’esperienza del Lebowski».

L’esperienza dell’autofinanziamento, del calcio restituito ai tifosi che lo proteggono e lo aprono a tutti, delle iniziative dal basso, delle collette per iscriversi al campionato, dei pranzi e dell’erba tagliata dai supporter stessi, tutto questo appassiona il tedesco. Scocca la scintilla e iniziano, così, gli attestati di stima: uno, clamoroso, vede il lanciacori del Colonia indossare, durante una partita del campionato tedesco, la maglia con il logo della squadra Lebowski, il simbolo di una ventina di “tifosi cretini” (parole testuali di Duccio) che si esaltavano per un team che non vinceva mai. Lo stesso lanciacori successivamente avrebbe lasciato i Wilde Horde e dalla sua costola sarebbero nati poi i Coloniacs. 

A Firenze avviene l’incontro: «Ci si trova subito per empatia, lo avverti che loro sono come noi e noi come loro – spiega ancora Duccio – Loro ci dicevano: “siamo abituati a stadi con 50 mila persone, ma quando veniamo da voi ci divertiamo di più anche se siete in 20 perché lo si legge negli occhi la vostra passione”. Provate a immaginare me, che ero un ventenne imberbe, nel sentir dire queste parole da uno con la sua esperienza, segnato dalle cicatrici».

 E via con le trasferte andata/ritorno, con le esperienze di curva, l’adrenalina e la fratellanza e un bagaglio di oltre mille chilometri di strada fatta e altrettanta per rientrare a casa. L’ufficializzazione arriva nel 2010 in occasione dei cinque anni di vita della curva che prende il nome della pornostar Moana Pozzi, da dove tutto il Lebowski è davvero partito. Una consacrazione e anche un legame toccante, quando – chi in macchina chi in treno e in aereo – sono venuti al funerale di Bollo, uno dei leader carismatici del gruppo fiorentino morto nel 2013, «ormai è una roba talmente di sangue che il calcio è diventato solo una scusa», sintetizza Duccio.  

Con un gemellaggio prestigioso in più nelle medaglie della riconoscenza da esibire fieramente, il Centro Storico Lebowski continua a vivere sotto forma di cooperativa sportiva, con l’ambizione di arrivare a più di 600 soci (sono quasi a 500), con altrettanti tifosi che riempiono gli spalti, che si incontrano alle 11.30 per cucinare, per stare dietro al bar o in biglietteria, per preparare i tavoli e servire da mangiare, prima di spogliarsi degli abiti “lavorativi” per indossare sciarpe e impugnare striscioni e bandiere. Cercando di inculcare questo calcio, questa cultura d’appartenenza sportiva anche nei ragazzi del quartiere San Frediano di Firenze, quello Diladdarno, dall’altro lato dell’Arno. Vallo a spiegare a quei poliziotti tedeschi. 

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