Lewa a un gol da Burgsmüller: chi era l’iconico ‘Manni’

lewandowski burgsmüller

Un solo gol. È quello che manca a Robert Lewandowski, attaccante del Bayern Monaco per diventare il quarto cannoniere più prolifico della storia della Bundesliga dopo aver staccato Claudio Pizarro. Se dovesse segnare contro il Hoffenheim, il polacco raggiungerebbe infatti, a quota 213 gol, Manfred Burgsmüller, uno dei bomber più iconici del calcio tedesco. Classe 1949, originario di Essen, nella Ruhr, “Manni” ha cominciato nel Rot-Weiss, la squadra della sua città, conquistando nel ’69 in coppia con il tedesco d’Olanda Willi “Ente” Lippens la promozione in Bundesliga, prima di scendere di nuovo in seconda serie e farsi notare con 80 gol in tre stagioni con il Bayer Uerdingen. 

Dall’”altro” Bayer lo preleva il Borussia Dortmund. Nella Ruhr, dove è nato, Burgsmüller diventa un’icona. Lotta, fa movimento, ma soprattutto segna. In ogni modo. Le 135 reti in 224 partite sono il record ancora imbattuto di marcature per un calciatore del BVB, lui che dei gialloneri è diventato anche capitano. Un “nove” con doti tecniche da numero dieci, che ha un ottimo rapporto con la porta avversaria, ma una pessima relazione con gli allenatori.

Ogni volta, quando un nuovo tecnico si insedia al Westfalenstadion, la domanda della stampa è sempre la stessa: “Quanto durerà con Manni?”. In sette anni a Dortmund ha  da dire praticamente con tutti, compresi “mostri sacri” come Udo Lattek e Branko Zebec. Con uno va invece estremamente d’accordo. È Otto Rehhagel, sulla panchina del BVB tra il 1976 e ’78. Sarà il futuro ct campione d’Europa con la Grecia a ricordarsi di  Burgsmüller nel 1985, quando il 36enne “Manni” è reduce da una stagione super in seconda divisione con il Rot-Weiß Oberhausen, condita da 29 reti.

Otto lo vuole per il Werder Brema, club che guida dal 1981. Convince tutti con l’idea che “Non ci sono giocatori vecchi o giovani, ma calciatori buoni o scarsi”. Rehhagel vince la scommessa, Burgsmüller nel 1988 il suo primo e unico titolo tedesco, anche se prima ci vorranno un paio di stagioni e una grossa delusione, il Meisterschale perso nel 1986 sul filo di lana con il Bayern Monaco.

Il biondo “Manni”, che fuori dal campo è un personaggio aperto, scherzoso, dalla battuta pronta, dà sempre il suo contributo. Più di 30 reti in quasi 115 partite con alcune perle. Come un magnifico pallonetto al suo amato Borussia, il goal segnato ingannando il portiere del Kaiserslautern nel marzo 1986 o la firma sulla pazzesca rimonta del Werder Brema ai danni dello Spartak Mosca, il “Miracolo sul Weser”, nei sedicesimi di finale della Coppa UEFA 1987/88. Sempre con i biancoverdi chiuderà nel 1990 la carriera alla soglia delle quaranta primavere.

Più di vent’anni di Bundesliga e due rimpianti: non aver mai vinto la classifica cannonieri della massima serie e aver giocato troppo poco con la Nationalmannschaft. Tre partite e zero gol a cavallo tra il 1977 e il 1978 e un feeling mai sbocciato con il ct Helmut Schön. Il selezionatore non amava la difficile collocazione tattica dell’attaccante e l’esuberanza calcistica e verbale di “Manni”. Quando il commissario tecnico lo invita a “stare con i piedi sul tappeto”, lui gli risponde “peccato, pensavo si giocasse sull’erba”. Neanche dopo il flop ai Mondiali d’Argentina Schön pensa a Burgsmüller, per rifondare il reparto offensivo della Nationalmannschaft. A 29 anni il ct lo considera troppo vecchio.

Quello che rimane a “Manni”, che dopo il ritiro si dedicherà per sei anni al football americano segnando più di 300 punti come kicker dei Rhein Fire, franchigia di NFL Europe, è l’affetto dei tifosi, soprattutto in casa Borussia Dortmund.

L’ultima testimonianza sono stati gli onori che il Westfalenstadion gli ha tributato dopo che nel maggio 2019 “Manni” è scomparso per un malore. Una coreografia, con il suo volto, in occasione del primo match della nuova stagione di Bundesliga. Sì perché l’attaccante di Essen sarà superato da altri giocatori per numero di goal segnati, come farà Lewandowski a breve, ma nel cuore dei tifosi sarà sempre uno dei più grandi passati per la Ruhr. Per come segnava e per quello che rappresentava.

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