Danke, Arjen: i motivi del ritiro di Robben

Arjen Robben ritiro

Le chiamano ‘signature moves’. Sono quelle giocate che contraddistinguono un calciatore, che diventano un marchio di fabbrica, un’identità. Come la finta partendo da destra per poi rientrare sul sinistro e calciare in porta dal limite con precisione chirurgica e potenza. Che sia primo o secondo palo, poco importa. Nella maggior parte dei casi, finisce sempre con un giocatore a festeggiare e gli avversari a guardare. Il calciatore negli ultimi 10 anni ha vestito la maglia rossa e bianca del Bayern Monaco, sulla schiena ha scritto “Robben” con il numero 10. E ha appena annunciato il ritiro dal calcio giocato.

Dopo soltanto poche settimane dall’addio al club in cui è diventato leggenda, l’olandese ha anche deciso di smettere con il calcio giocato. Alla base della decisione, come ha spiegato lui stesso nel comunicato di addio, c’è soprattutto la coscienza di non aver più 16 anni e di non aver più la possibilità di giocare sul dolore come succedeva prima. Quella di Arjen Robben è una presa di coscienza, come è stata quella del Bayern Monaco di lasciarlo andare via. La testa che prevale due volte sul cuore.

Questa stagione è stata senza dubbio la più difficile della carriera del classe 1984 olandese. Soltanto 19 presenze, 6 goal segnati, un infortunio che lo ha tormentato da novembre ad aprile. Lo preoccupava, lo spaventava a volte. Tanto che in diverse interviste ha dichiarato di non capire quale fosse il reale problema. Non sapeva nemmeno se sarebbe potuto rientrare e vestire ancora una volta la maglia del Bayern Monaco. Poi il rientro in campo nelle ultime partite, soprattutto le due decisive: con l’Eintracht all’ultima di Bundesliga, con il suo ultimo goal della carriera, ovviamente all’Allianz Arena; con il Lipsia in finale di DFB-Pokal, sempre subentrando.

Una magra consolazione all’interno di una stagione vissuta con poca serenità, sapendo già dall’autunno che sarebbe stata la sua ultima al Bayern. Le offerte per continuare non gli mancavano, ma, come ha rivelato anche la ‘Bild’, i problemi fisici erano troppi e quasi un’abitudine nella sua carriera. Si era molto parlato soprattutto di Lazio e PSV come possibili destinazioni, ma alla fine la scelta è stata per il ritiro. È stata la scelta più dolorosa, anche perché imprevista, ma anche la più logica. Lo ha detto lui stesso.

Non avrebbe sopportato un altro anno a combattere con il dolore, magari con il rischio di ritirarsi senza essere ricordato come un vincente. Invece ha lasciato abbracciando due trofei nelle sue ultime due partite ufficiali. Due dei 33 trofei conquistati da giocatore. Si è ritirato da vincente, come è effettivamente stato. Non sarebbe stato lui se non avesse detto addio senza una coppa tra le mani.

La sua eredità nel calcio e nel Bayern sarà pesante: per ora nel club è sulle spalle di Serge Gnabry, che da quest’anno ne ha preso il posto senza farlo mai rimpiangere. Lo dovrà fare anche nel futuro. Anche se, nonostante tutta la classe e il talento di Gnabry, quella ‘signature move’ difficilmente gli riuscirà mai così bene come riusciva ad Arjen Robben. E chissà che senza i problemi fisici non ne avremmo potute vedere molte, molte di più…

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